Liquidazione: al Pigal il funerale della cooperativa Unieco. E’ la fine di una sistema

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Al Pigal l'ultima assemblea dei soci della storia di Unieco

di Pierluigi Ghiggini

29/3/2017 – “Ma quale assemblea infuocata, piuttosto è  stato come il funerale di un parente stretto”. E’ la definizione data da Ivan Gianesini, consigliere di amministrazione, all’ultima e peggiore assemblea dei soci della storia della grande cooperativa Unieco.

Un storia cominciata più di cent’anni fa e che si è chiusa traumaticamente questa mattina al circolo Pigal, dove il consiglio di amministrazione, schierato quasi al gran completo a fianco della presidente Cinzia Viani, ha annunciato la liquidazione di quella che è stata per decenni la più importante cooperativa di Reggio Emilia, simbolo di potenza economica e politica, icona della nascente modernità di un sistema che dall’impresa autogestita con i calli nelle mani era passato in pochi anni alla holding e alla finanza, feticcio delle porte girevoli tra politica, amministrazioni e, appunto,  mondo cooperativo.

Al Pigal l’ultima assemblea dei soci della storia di Unieco

Da oggi nessuno lavora più a Unieco: i  342 soci – 171 dei quali già al licenziamento –  sono tutti in cassa integrazione e in sospensione dal lavoro, salvo pochi dipendenti per i servizi essenziali e un paio di dirigenti, compresa la presidente Cinzia Viani che resta in attesa del commissario liquidatore che sarà nominato dal Ministero dello Sviluppo economico, sulla base del decreto di liquidazione cotta amministrativa deliberato a fine 2016 su richiesta di Legacoop.

Tecnicamente Unieco è in un limbo: è in attesa della decisione del giudice delegato di Reggio Emilia, che deve  accettare la rinuncia al concordato con riserva, deliberata dal consiglio di amministrazione e presentata formalmente in tribunale nella mattinata di venerdì.  La comunicazione si attende da un momento all’altro, dopo di che scatterà in automatico la liquidazione coatta.

Il peso della storia è crollato sui soci che hanno ascoltato attoniti le spiegazioni di Cinzia Viani: la liquidazione era inevitabile dopo il fallimento del secondo tentativo – prima con Oxy-Attestor, poi con York Investiments – di cedere il debito con le banche a dei fondi internazionali specializzati. In questo anno e mezzo  stato fatto ogni sforzo possibile  – ha detto Viani – per salvare il prestito sociale, che a fine 2014 (ultimo dato ufficiale disponibile) ammontava a 12 milioni 838 mila euro, e soprattutto per salvare l’azienda. Tutto inutile: la  sfida si è dimostrata insostenibile di fronte a un indebitamento complessivo di 660 milioni, di cui 370 milioni verso le banche, nonostante la riduzione di 20 milioni rispetto al 2015 e soprattutto i non trascurabili  utili industriali di sedici milioni arrivati dai cantieri. Sono i dati forniti in assemblea dalla presidente.

Se a Cinzia Viani, diventata presidente nell’estate 2015 dopo la rivolta contro Mauro Casoli, è toccato l’ingrato compito di portare Unieco alla chiusura, nondimeno a lei e al cda – che non l’ha lasciata sola nel momento del dramma, ma si è presentato sul palco del Pigal, come a voler assumere  davanti ai soci le proprie responsabilità – va riconosciuto l’onore delle armi, almeno per il coraggio di essersi battuti in prima linea in una missione davvero impossibile.

Grande malumore in assemblea, ma non il clima di scontro che pure era legittimo attendersi: soprattutto mestizia, tanta mestizia, proprio come al funerale di un genitore, di un coniuge, di un fratello.

Dopo Cinzia Viani sono intervenuti  tra i consiglieri di amministrazione Gasparini e Ibattici, quindi una decina di soci che hanno dato sfogo a tutta la loro angoscia: per il lavoro, per il prestito sociale (che con la liquidazione di fatto viene perduto, a meno di interventi di solidarietà, tuttavia improbabili, del mondo coop), per come riusciranno a vivere tante famiglie, per le responsabilità di questo crollo. Un dramma che si allarga a subappaltatori, fornitori e ai dipendenti di una miriade di società controllate e collegate.

Ivan Gianesini, che in questi mesi ha tenuto i rapporti con i media per conto del cda, ha preso il coraggio a quattro mani e ha chiesto scusa ai soci, a nome di tutti gli amministratori per non riesce riusciti a salvare Unieco. “Succede sempre così – è stata la sua riflessione – il mondo cooperativo va in difficoltà quando tocca la finanza, la speculazione, e le banche. Perchè per noi chi lavora è al primo posto, per loro è solo una pedina da muovere o espellere a piacimento”.

E oggi con il funerale di Unieco è stato scritto anche l’epitaffio su una storia industriale iniziata alla fine dell’Ottocentoe che, nel bene e nel male, ha fatto ricca Reggio e ha contribuito non poco a far crescere l’Italia. Di quelle grandi cooperative di produzione e lavoro – la più grande conglomerata industriale cooperativa di tutto il Paese – non restano che macerie fumanti affondate in un oceano di debiti: solo Unieco e Coopsette insieme ne hanno accumulati per 1 miliardo 450 milioni di euro: 660 Unieco e 790 Coopsette. E se a questi aggiungiamo Cmr Reggiolo, Orion e Cormo arriviamo facilmente a due miliardi di euro oltre. L’epitaffio di una storia che ha resistito a due guerre, ma non all’ubriacatura della finanza, alle porte girevoli, all’inadeguatezza dei politici promossi manager. Di cooperazione ci sarà sempre bisogno, ma ora non resta che resettare e ricominciare da capo.

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